Addio alla pubblicità su Facebook e Youtube con AdBlock

Addio alla pubblicità su Facebook e Youtube con AdBlock

C’è tutto un banner intorno

Quando si parla di advertising, i primi a venirmi in mente sono i banner pubblicitari che, da almeno 15 anni a questa parte, ogni giorno mi passano davanti agli occhi. Banner statici, animati, a tutto schermo, in formato video, interattivi, multimediali, responsive…

Mancano solo quelli stimolanti per lei / ritardanti per lui e poi siamo al completo.

Il perché di questo tsunami multiforme lo sintetizza saggiamente il mio amico e collega Davide:

“I banner pubblicitari sono la pena da scontare
per il fatto che non vogliamo pagare per i contenuti”

E quindi ce li dobbiamo sorbire. D’altronde chi sforna contenuti dovrà pur tirare a campare, no?

Un po’ sì, però poi basta!

Fight ClubSe da un lato i produttori di contenuti hanno il sacrosanto diritto di provvedere al proprio mantenimento, dall’altro penso che l’utente abbia il pieno diritto di difendersi dall’advertising, specie quando questo si dimostra eccessivamente invasivo.

E’ per questo che, da qualche mese a questa parte, ho installato sul mio pc AdBlock, ovvero un dei tanti componenti aggiuntivi per browser atti ad impedire la visualizzazione dei banner pubblicitari contenuti nelle pagine web, Facebook e Youtube compresi.

Consigli per gli acquisti? No, grazie

In realtà, a parte quello che ho già detto, non c’è molto altro da aggiungere su AdBlock, se non il fatto che svolge il suo lavoro in modo ineccepibile.

Da quando l’ho installato, navigare è diventato decisamente più piacevole, anche grazie al fatto che, una volta bloccato l’advertising, il download delle pagine è molto più veloce.

I banner pubblicitari, infatti, oltre a costringerci sovente a snervanti periodi di attesa prima di poter visualizzare un contenuto (vedi i video su Youtube), gravano sul peso totale della pagina, la quale impiega molto più tempo ad essere scaricata dal browser.

Vien da sé che coloro che non dispongono di una connessione veloce risultano fortemente penalizzati dall’advertising ed è principalmente a loro che rivolgo il mio invito a provare AdBlock.

Installazione e configurazione di AdBlock

AdBlock è disponibile per ben 4 browser, ovvero: Chrome, Firefox e Opera. Tutto quello che dovrete fare, dunque, è recarvi nella pagina relativa al vostro browser e seguire le istruzioni.

AdBlock - Pagina su Chrome Web Store

La pagina dedicata ad AdBlock nel Chrome Web Store

Una volta completata l’installazione del componente, vi basterà cominciare a navigare per rendervi pienamente conto di come AdBlock influisca sulla velocità di navigazione e sulla struttura delle pagine web (dai blog ai siti pornografici).

Due esempi su tutti: Facebook, dal quale vedrete scomparire tutte quelle simpatiche inserzioni sponsorizzate posizionate nella colonna destra, e Youtube, il quale non sarà più in grado di propinarvi infiniti spot pubblicitari ogniqualvolta vorrete visionare un video.

E’ importante sapere che, oltre a rimuovere AdBlock dal browser, è possibile anche metterlo in pausa, lasciando dunque che non intervenga sull’advertising fino a nuovo ordine.

In questa immagine potete vedere le restanti opzioni di AdBlock in versione Google Chrome:

AdBlock - Pannello di opzioni

Godetevi i contenuti

AdBlock è ormai entrato a far parte di quella cerchia di software che vado ad installare ogniqualvolta mi trovo a dover configurare un pc.

La sua presenza, infatti, oltre migliorare quella che è l’esperienza dell’utente, impedisce che questi possa cliccare per sbaglio su certi banner un po’ malandrini, i quali finiscono inesorabilmente con l’installare qualche schifezza nel PC del malcapitato.

Una questione di sicurezza, dunque, non solo di praticità.

Alla prossima!


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35 anni portati splendidamente. Egotista. Croccante fuori e morbido dentro. Scusate se sono stronzo, ma avete cominciato prima voi.
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5 Risposte

  1. Luigi Cutolo ha detto:

    E' vero che alcuni siti sono fin troppo pieni di banner, ma se tutti utilizzassero adblock la morte dell'informazione sul web sarebbe quanto mai vicina

  2. Simone Bennati ha detto:

    Ciao Luigi Cutolo, è anche vero, però, che c'è chi ha scelto di intraprendere strade alternative, come i contenuti a pagamento. A parer mio, il motivo per il quale si preferisce puntare sui banner piuttosto che sui contenuti a pagamento, è, per molte fonti di informazione, la consapevole bassa qualità delle notizie date. Se io sono forte dei miei contenuti, posso anche permettermi di chiedere un impegno monetario ai miei lettori. Ma se so che quel che scrivo per 3/4 è fuffa o che offro un servizio giornalistico di bassa qualità, beh…

  3. Luigi Cutolo ha detto:

    Simone Bennati fosse così semplice… la gente fa questa associazione: Internet=Gratis, la qualità è per una nicchia di persone, la stragrande maggioranza non bada alla qualità ma solo alla notizia in se.
    Chi nel mondo dell'editoria ha scelto un servizio a pagamento, al momento ha fatto marcia indietro.

  4. Simone Bennati ha detto:

    Luigi Cutolo Lungi da me dire che la questione sia semplice, anche perché non sono un editore, quindi parlerei a sproposito. C'è però da chiedersi perché la stragrande maggioranza della gente non badi alla qualità. Perché è questo il problema, di fondo, no?

    Quello che penso è che molti non cerchino più la qualità perché si siano convinti che ormai, indipendentemente dalla direzione in cui si guardi, comunque non la si trovi. Una crescente e diffusissima sfiducia, dunque, la quale spinge il fruitore a pensare: "Chi me lo fa fare di pagare? Tanto, che io legga Repubblica o il Messaggero, è uguale". Se un individuo è arrivato a questo tipo di conclusione, di certo non ci è arrivato da un momento all'altro e forse un po' di ragione ce l'ha. Forse la fonte d'informazione non fa più così tanta differenza e, di fronte ad un panorama desolante e piatto, non rimane che andare dove capita.

    A questo discorso aggiungo anche il fatto di non sapere dove sarebbe possibile trovare quella poca (?) qualità che pure esiste. Per meglio spiegare questo secondo punto, mi avvalgo di un esempio inerente il tema delle app per smartphone.

    Fino a qualche tempo, durante i pasti, guardavo il notiziario sul mo iPhone utilizzando la app di SkyTg24 o quella della RAI. Recentemente, a causa rottura dell'iPhone, sono passato ad un Lumia e quindi a Windows Phone. Il parco app per Windows Phone, si sa, non è ampio come quello per Android e iOS, ma sono riuscito comunque a trovare una soluzione più che soddisfacente: la app Euronews.

    Grazie a questo cambio obbligato ho scoperto un tipo di informazione che Rai, Sky, Mediaset, etc. non mi offrivano. Ho trovato ampio spazio alle notizie provenienti dall'estero, servizi su innovazione e tecnologia, trasmissioni di approfondimento e dibattito politico all'interno delle quali i giornalisti fanno delle vere domande (!!!) che spesso mettono in crisi gli ospiti e tanta altra bella roba che nei canali di news italiani non trovavo. Ecco, quello offerto da EuroNews è per me un servizio di qualità a livello contenutistico. La app è gratis, ma se mi chiedessero un contributo economico per poterne usufruire, io ad oggi lo pagherei, proprio perché mi dà quella "diversità" di cui ho bisogno e che stavo cercando. In quanti, però, conoscono l'esistenza del canale Euronews? Se il suo nome circolasse di più, quanti farebbero la scelta che ho fatto io? Secondo me sarebbero in tanti.

    Inoltre la app di Euronews per WindowsPhone, a differenza di quella della RAI, funziona. E funziona anche bene. Questo dimostra attenzione verso l'aspetto tecnico e, di riflesso, verso l'utilizzatore della stessa, il quale, non c'è bisogno di dirlo, finisce col fidelizzarsi. Ad oggi non c'è pranzo o cena che io non faccia senza guardare Euronews, perché contenuto (informazioni) e contenitore (la app in sé) mi offrono un servizio di qualità.

    Forse sono questa cura e questa professionalità che mancano all'informazione nostrana. Cura e professionalità che, se fossero applicata, renderebbero possibile a chi si occupa di informazione un cambio di rotta in termini di monetizzazione.