Niente trasparenza? Niente fiducia!

Niente trasparenza? Niente fiducia!

Le basi

Oggi voglio raccontarvi un episodio verificatosi circa un mese fa. Un episodio che mi ha coinvolto personalmente e in occasione del quale ho applicato il principio esplicitato nel titolo di questo post, nel quale credo fermamente, ovvero “Niente trasparenza? Niente fiducia!”

Per quanto, infatti, io possa sembrare stravagante e/o anticonvenzionale in certe occasioni, ci sono volte in cui proprio non riesco a staccarmi da quelle che sono le basi della mia formazione.

Il dare fiducia a qualcuno o a qualcosa esclusivamente nel caso in cui siano presenti specifici presupposti, come la trasparenza, è una di queste.

Ma andiamo per ordine…

Una mail inaspettata

Verso la metà di gennaio sono stato contattato via email dalla Campaign Manager di una startup italiana piuttosto nota. Startup che, senza entrare troppo nel dettaglio, gestisce una piattaforma web destinata alle aziende ed ai professionisti della comunicazione e che, almeno sulla carta, offre a questi ultimi la possibilità di sfruttare la propria influenza sui social network al fine di portare a casa un qualche tipo di guadagno, anche in termini di notorietà.

Immaginatelo, dunque, come un luogo virtuale in cui brand ed influencer si incontrano e dove questi ultimi aderiscono a quelle che vengono definite come campagne, ovvero si offrono per scrivere di questo o quel prodotto/servizio, ricevendone in cambio un compenso.

Nella mail, oltre a venirmi presentata la piattaforma in questione, mi si invitava ad aderire alla stessa, in quanto il mio blog risultava essere perfetto per alcune delle suddette campagne.

Inutile che vi dica quale effetto possa aver scatenato in me il vedere indicato questo semisconosciuto blog come (testuali parole) “Ricco di contenuti”, così come è inutile specificarvi che, una volta completata la lettura della mail, la prima cosa che ho fatto è stata precipitarmi sulla piattaforma in questione al fine di approfondirne la conoscenza.

Nonostante la smania, però, essendo quel giorno un venerdì, mi sono preso l’intero weekend per studiarmi la situazione. La cosa era piuttosto importante e richiedeva dunque la mia massima attenzione. Diciamo pure che avevo la sensazione che fosse finalmente arrivata l’occasione giusta per far decollare questo blog e tutto volevo, tranne che sprecarla.

L’analisi e il dubbio

Ho passato buona parte di quel weekend ad informarmi sull’azienda, sulla piattaforma e anche sulla persona che mi aveva contatattato. Mi sono letto pagine e pagine di blog, articoli, approfondimenti. Ho scandagliato il web al fine di dare una risposta sincera, esauriente e soprattutto consapevole a quella mail.

Mi sono anche iscritto alla piattaforma, ovviamente, completando il mio profilo e andando a vedere chi fossero gli altri membri del network. Ci ho trovato un sacco di nomi importanti dentro. Nomi appartenenti al mondo del social media, del digital marketing e di tutti quegli ambiti che orbitano attorno al web partecipativo. La cosa non potè che aumentare la mia fiducia nella piattaforma, per la serie: “Se lo hanno fatto loro, allora posso stare tranquillo”.

Alla fine di questo tortuoso, ma doveroso, percorso di analisi mi ritrovai ad aver acquisito sufficienti informazioni. Informazioni utili al fine di formulare una mail di risposta, nella quale, però, sentivo comunque di dovere esporre alcune perplessità.

Una di queste, in particolare, riguardava proprio le campagne…

Ognuna di quelle al momento attive, infatti, disponeva di una propria sezione dedicata ai termini e alle condizioni. Una sezione fondamentale, in quanto in essa venivano definite le modalità che, internamente alla piattaforma, regolavano il rapporto tra brand ed influencer.

Il problema di queste sezioni era nella lingua in cui erano scritte: l’inglese.

Per quanto io possa masticarlo, infatti, l’inglese continuerà sempre e comunque a non essere la mia lingua madre, dunque il non poter comprendere nel dettaglio le regole del gioco avrebbe costituito per me un handicap non indifferente…

Non facevo altro che chiedermi:

“E se a causa di un’interpretazione errata dovessi passare i guai?
Che faccio? Come mi tutelo? Come mi giustifico?”

La risposta

Non potevo lasciar correre la cosa e quindi, il lunedì seguente, decisi di rispondere al mio contatto esprimendo tutte le mie perplessità.

Ricordo perfettamente che nella mail chiesi se fosse possibile avere la versione in italiano dei termini e le condizioni, spiegando proprio che tenevo particolarmente al fatto di comprenderli e quindi attenermi alle regole del gioco.

La risposta della controparte non si fece attendere a lungo e devo purtroppo dire che tutto mi aspettavo, tranne di sentirmi dire che (testuali parole) la piattaforma “nasce come piattaforma globale e quindi la traduzione è disponibile solo in lingua inglese”.

La lontananza è come il vento, ma la trasparenza no

Alla luce di questa affermazione, la riflessione che feci e che vi propongo è la seguente:

  • l’azienda, come ho detto, è italiana;
  • la persona che mi ha scritto ha utilizzato l’italiano;
  • su questo blog scrivo in italiano e in italiano avrei dovuto scrivere nel caso in cui avessi formalmente accettato l’invito, cosa che, inutile specificarlo, non ho fatto.

Io ammetto la mia ignoranza e non cerco di giustificarmi in alcun modo, ma la mia richiesta era dovuta al semplice fatto che volevo partecipare al gioco essendo certo di averne compreso le regole. Tutte. Nessuna esclusa. Certo che una totale comprensione da parte mia avrebbe ridotto drasticamente la possibilità che, in occasione di un’eventuale collaborazione, potessero venirsi a creare situazioni spiacevoli.

Il negarmi questa possibilità è per me, ovvero per quello che è il mio concetto di buona comunicazione, una totale mancanza di trasparenza, null’altro.

Non posso entrare a far parte di un qualcosa se prima non sono certo di averlo compreso.

E’ un limite che mi porto appresso da sempre. Se qualcuno o qualcosa ha bisogno di me a tal punto da venire a cercarmi, deve anche offrirmi la possibilità di farsi conoscere e deve quindi essere trasparente, altrimenti come potrei dargli fiducia?

E ancora: perché un servizio che si definisce “globale” dovrebbe prendere in considerazione la sola lingua inglese? Non è una contraddizione? Facebook è solo in inglese? Twitter lo è? Il sito di Apple o Microsoft lo sono? Non capisco…

Dulcis in fundo

Come ho detto, ho risposto all’ultima mail declinando l’invito. Nonostante l’aver dato un calcio ad un’occasione mi bruciasse, ho cercato di essere il più cortese possibile, mascherando in toto il mio disappunto e il mio dispiacere.

Mail di risposta

Non ho ricevuto alcuna risposta.

Buona fortuna.

Immagine di copertina tratta da oprah.com

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33 anni portati splendidamente. Egotista. Croccante fuori e morbido dentro. Scusate se sono stronzo, ma avete cominciato prima voi.
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  • Mari

    Volevano fare i fighi, secondo me, mettendo il regolamento solo in inglese. A qualcuno può sembrare una figata internescional, per altri, come te, un esempio di poraccitudine non indifferente. Bravo.

    • Ciao @disqus_ENdXr4ibxw:disqus,
      quella del “voler fare i fighi” è esattamente l’impressione che ho avuto anche io. Non vedo altra ragione per fare una scelta del genere…

      Vabbè, se così fosse, contenti (e fighi) loro, contenti tutti.

      Grazie per aver letto e commentato :*