Gli eventi culturali nell’era dei social: tutti selfie e niente arrosto

Gli eventi nell’epoca dei social: tutti selfie e niente arrosto

Non ci sono più gli eventi di una volta

Vorrei condividere con voi la “versione estesa”, se così la si può definire, di una riflessione che ho riportato sul mio profilo Facebook giusto qualche giorno fa…

Un pensiero riguardante il modo in cui nascono e vengono vissuti quegli eventi di stampo culturale che sono accompagnati da una massiccia attività sui social network.

Il nostro è infatti un momento storico piuttosto interessante da questo punto di vista: gli eventi non sono più occasioni chiuse, ovvero riservate ai soli organizzatori e partecipanti, ma, grazie ai social network, si sono trasformati in delle vere e proprie esperienze immersive, raggiungendo così una capacità di coinvolgimento e una portata senza precedenti.

Questo fa sì che tali eventi attirino anche l’attenzione di coloro che, pur non nutrendo un vero interesse nei confronti della singola occasione, si sentano comunque spinti a prendervi parte.

Il che, come è facile immaginare, dà luogo ad atteggiamenti talvolta discutibili…

L’importante è poter dire: “Io c’ero!”. Oppure no?

Se dovessi basarmi su quanto ho potuto osservare negli ultimi mesi, i quali sono stati ricchi di eventi, direi che i motivi alla base di questo desiderio di partecipazione sono principalmente due:

  • La necessità di soddisfare un intimo bisogno di appartenenza, la quale spinge l’individuo a sfruttare ogni occasione utile a farlo sentire parte di un qualcosa;
  • La necessità di accrescere la propria visibilità, la quale porta il singolo ad entrare nell’evento solo per sfruttare a proprio vantaggio l’attenzione della quale esso gode.

Piccoli eventi, grandi illusioni

Non potendo provare quanto dico, vien da sé che la mia è e rimane una semplice deduzione, la quale, però, ben si accompagna alla sensazione che molti eventi vengano organizzati contando proprio sulla partecipazione di individui che, grazie alla loro schizofrenica attività sui social network, sono in grado di contribuire positivamente all’immagine dell’evento, facendolo sembrare vivo e ricco di contenuti, anche quando la realtà è nettamente diversa.

Un meccanismo, questo, volto a creare un’illusione della quale sono tutti fautori: da quelli “sul palco” fino a quelli “sotto al palco” e che, oltre a portare visibilità e guadagno, appaga quel bisogno di appartenenza al quale ho precedentemente accennato.

Il tutto con buona pace di quello che era il vero senso dell’evento, ovvero il riunirsi per imparare, arricchirsi culturalmente e dare visibilità al tema portante.

Tutta colpa dei social network?

Alla luce di quanto detto, la domanda che mi pongo è la seguente: social network e nuove tecnologie hanno indirettamente distrutto lo spirito alla base degli eventi di stampo culturale?

Come sempre, la risposta spetta a voi.

Alla prossima!


Se ti è piaciuto questo post, aiutami a condividerlo sui Social Network e iscriviti alla newsletter!

Gli eventi culturali nell’era dei social: tutti selfie e niente arrosto
5 (100%) 12 votes
Simone Bennati

Simone Bennati

35 anni portati splendidamente. Egotista. Croccante fuori e morbido dentro. Faccio quello che porno. Scusate se sono stronzo, ma avete cominciato prima voi.
Simone Bennati

Domande? Commenta l'articolo!

Potrebbero interessarti anche...

3 Risposte

  1. FUNemployment ha detto:

    stare davanti a una telecamera o in una foto è diventato un vero e proprio bisogno fisico da parte delle persone, che si sentono gratificate e felici di apparire. questo è ovvio che rompa la magia di un evento culturale ristretto e di nicchia, non solo rendendolo pubblico e quindi più ‘mainstream’, ma facendolo frequentare da persone che in realtà vogliono solo apparire, che magari dell’evento in se’ non glie ne importa poi tanto. social costruttivo? non sempre. ottima riflessione, molto sentita da un po’ da tutti, visto che siamo ormai tutti sulla stessa barca. buona serata caro @Simone Bennati!

    • Simone Bennati ha detto:

      Ciao @FUNemploymentIT:disqus,
      è esattamente uno degli aspetti che ho voluto mettere in luce in questo post, anche se ho visto che “la questione dell’esserci”, perché è così che la chiamo amichevolmente io, si presenta anche al di fuori di quei contesti in cui il lato social è puramente marginale.

      Faccio un esempio:

      L’anno scorso (o due anni fa, non ricordo) sono stato al concerto dei Depeche Mode a Roma. Li ho scoperti una 15ina di anni fa e da allora non li ho mai abbandonati. Il concerto di un gruppo così importante a Roma è di certo un grande evento.

      Così grande che, a quanto ho potuto vedere, hanno voluto partecipare tutti: fan e non fan, compresi quelli che di Depeche Mode non li avevo mai sentiti nominare.

      Mi sono trovato accanto gente che non conosceva neanche una canzone, che urlava come se fossimo a vedere una partita di calcio e che ballava persino i brani lenti come fossero la macarena! Non ti dico le botte che j’avrei dato…

      Ecco, quelle erano persone che non volevano vedere il concerto dei Depeche Mode, ma volevano far parte di un grande evento, in quanto grande evento. Punto. “Sticazzi de chi sona, annamoce!”. Deve essere stato questo il loro ragionamento e mi immagino che nei giorni a venire sia stato molto soddisfacente per loro dire agli amici “Io ce so stato!”.

      Questa mi sembra un po’ la stessa logica con la quale oggi parecchia gente partecipa ad eventi X: per sentirsi parte di un qualcosa e poi “fare i ganzi” prima, durante e dopo con gli amici, magari sfruttando anche il mezzo social.

      Sinceramente: se la realtà è questa, non riesco a provare altro che tristezza per queste persone, le quali involontariamente svuotano gli eventi del loro senso e non permetto a chi è li con cognizione di causa di goderseli a pieno.

      Buona serata a te e grazie come sempre! 😉

  2. Simona ha detto:

    Una riflessione drammatica e fuori tema sulla frase “io c’ero”…
    Una volta si compivano grandi gesta eroiche per poter solo pensare di dire una roba del genere…e se costui rimaneva in vita, spesso l’umilità fungeva da oblio.
    Da quando il social e una serie di dinamiche hanno preso piede, vedo intorno a me umani pronti a dimostrare, non più con il corpo, attraverso un’oggetto singolare la propria “presenza/partecipazione” svuotando di ogni significato questo gesto cosi forte…mi riferisco a quell’episodio di una ragazzina violentata e con le amiche li…che facevano il video…per poi “condividerlo”.
    Ovviamente sono tanti gli episodi e più o meno assurdi ma non necessariamente cosi drammatici.

    “social network e nuove tecnologie hanno indirettamente distrutto lo spirito alla base degli eventi di stampo culturale?” Credo che tutto sia collegato (azione-conseguenza) e perciò, indirettamente, dico SI.