Febbre da Pokemon GO? No, semplice mancanza di gratifiche

Febbre da Pokemon GO? No, semplice mancanza di gratifiche

La vita è quella cosa che accade tra una caccia al Pokemon e la pubblicazione di un selfie artistico

Io non so se ve ne siete accorti, ma ogni volta che esce qualcosa di nuovo, a livello di app, social o gioco per smartphone, come può esserlo Pokemon GO, la gente “ci si chiude”.

Dove con “ci si chiude” intendo l’immergersi totalmente in quella che è la realtà rappresentata da quanto si è appena scoperto, dimenticando (o quasi) tutto ciò che è estraneo ad essa.

Certo, il fascino della novità ha il suo peso. Così come ce l’ha, sempre nel caso di Pokemon GO, il fatto di essere un prodotto legato ad un brand ormai più che consolidato ed al quale molti di noi – specie tra i miei coetanei – collegano la leggerezza tipica della propria infanzia.

Non vi sembra, però, che questo coinvolgimento avvenga in tempi e modi quantomeno curiosi?

Nel senso: il fatto che un gioco come Pokemon GO o una app come Prisma, tanto per citare un prodotto di natura decisamente diversa, ma che sta riscuotendo altrettanto successo, riescano sin da subito a semi-monopolizzare l’interesse di un individuo, non vi fa strano?

Cos’è che ci spinge a “chiuderci” su qualcosa e in che modo questo qualcosa ci riesce?

Cosa ci offre di così “bello e importante” che tutto il resto, invece, non riesce ad offrirci?

Io un mezza idea me la sono fatta e, fermo restando che, come per ogni cosa di questo mondo, esiste un netto distacco tra l’uso e l’abuso, avrei piacere di condividerla con voi.

Annoiati, delusi e vuoti. Questo siamo

Il problema, dal mio punto di vista, non è PokemonGO‬, ‪‎Prisma o che cazzo ne so…

‘Sta robba è solo la cartina tornasole di una società annoiata, delusa e vuota. Anzi, svuotata.

Una società che non va inquadrata come un concetto astratto o lontano, come spesso invece si tende a fare, ma che è rappresentata da me, da voi, dai nostri amici. Da tutti quelli che, in buona sostanza, vivono il presente e che, proprio come noi, hanno accesso a un certo tipo di tecnologia.

Una società, questa, che, per quanto si sforzi di dimostrare il contrario, non riesce più a nascodere il fatto di avere un problema. Un problema serio e decisamente sottovalutato.

Quanto bisogno abbiamo di sentirci gratificati?

Inutile girarci intorno: da quando viviamo attaccati allo smartphone, al quale abbiamo gradualmente affidato il doppio ruolo di rifugio e fonte di benessere, non vediamo l’ora che esca una nuova diavoleria, covando l’intima speranza che essa si trasformi quanto prima in una mania e ci tenga, quindi, costantemente impegnati.

Il fatto è che la quotidianità è per la maggior parte di noi una vera merda. Una insostenibile rottura di coglioni, zeppa di stupidi doveri e priva di alcun tipo di gratificazione.

E quindi uno che fa? Se le va a cercare altrove, le soddisfazioni. Magari proprio in un gioco che lui per primo considera una cazzata. Ma questo passa il convento, e quindi…

Quindi via con la caccia ai Pokemon o con la pubblicazione compulsiva di “selfie artistici”, la quale tiene impegnati, gratifica e salva dal cacamento di cazzo rappresentato da tutto ciò che è al di fuori dello schermo. Almeno fino a quando la batteria dello smartphone regge.

Ed è così che, a fine giornata, quando ormai di Pokemon ne hai catturati 37 e di selfie artistici te ne sei fatti 390 (tutti condivisi su Instagram e Facebook), ti senti finalmente soddisfatto.

Di quella soddisfazione piena e sostanziosa, che cose come il lavoro, lo studio, la famiglia o addirittura l’amore non ti regalano più da un pezzo. Un bel pezzo.

Lei, la “soddisfazione da smartphone”, invece, è lì. È palpabile. La senti ed è tua. Soltanto tua.

E te la sei guadagnata tutta. Pokemon dopo Pokemon. Selfie dopo Selfie. Fattore, questo, che ti autorizza a darti forti pacche sulle spalle. Quelle che ormai nessuno ti dà più, manco pe’ sbaglio.

E così vai a letto felice. Pago di una giornata che, senza quella effimera ma necessaria soddisfazione, sarebbe solo andata ad ingigantire la pila di merda sulla quale, ormai da anni, sei solito ammucchiare le tue altrettanto merdose giornate.

È questo il vero problema: il fatto che non ci diverte, emoziona, entusiasma, impegna e soprattutto gratifica quello che, invece, dovrebbe farlo. E che una volta, forse, ce riusciva pure.

Ma ormai vatte a ricordà…

Alla prossima!


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Simone Bennati

35 anni portati splendidamente. Egotista. Croccante fuori e morbido dentro. Faccio quello che porno. Scusate se sono stronzo, ma avete cominciato prima voi.
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3 Risposte

  1. Vincenzo La Spesa ha detto:

    “soddisfazione da smartphone”? neanche quella esiste. Se lo si usa in questo modo lo smartphone diventa un surrogato. Citando me stesso:

    >>i social sono un surrogato della vita sociale e poiché i surrogati per definizione non soddisfano, li si usa in eccesso finché non è la stanchezza a fermarci. “I social secondo me non colmano un bel niente, niente di sociale quantomeno”.

    • Simone Bennati ha detto:

      Ciao Vincenzo,
      è possibile, secondo te, parlare di diversi livelli di “approccio” ai fenomeno? Nel senso, hai messo in conto la possibilità che il livello di “soddisfazione da smartphone” possa andare da 0 a 10 in base al singolo individuo?

      • Vincenzo La Spesa ha detto:

        Secondo me dipende appunto da come lo si usa. Se lo si usa in modo patologico come un surrogato o come un semplice divertimento.
        Stiamo alleviando la noia o l’insoddisfazione esistenziale?
        Se con la “soddisfazione da smartphone” vuoi compensare la noia potrebbe funzionare. Se vuoi compensare qualcos’altro la cosa diventa complicata. Niente può soddisfare un bisogno di relazioni sociali se non le relazioni sociali (si ok, qualcuno dice che ci si può socializzare con pokemon go, su questa questione ancora non mi sono fatto un’idea).

        PS:
        Non ti nascondo che il fatto di non poterlo provare per parlarne con più cognizione di causa mi irrita molto. Ho Windows Phone…